Dal Chiozza alla Nazionale Azzurra: l’intervista alla campionessa Benedetta Orsi

di Laura Saracino


Essere ambiziosa, per una donna, è ancora considerato un difetto, soprattutto in ambito lavorativo, e in alcune discipline sportive non si limita ad essere un pregiudizio ma rappresenta la vera e propria regola di trattamento delle squadre femminili. E anche in questa classifica, lo sport al primo posto è il calcio.


In Italia il calcio non si limita ad esistere, ma è una vera e propria istituzione, un rituale che si consuma in famiglia, tra gli amici, nelle comunità cittadine e ancora di più come orgoglio nazionale, forse uno degli ultimi esempi di patriottismo. Poi esiste il calcio femminile, già di serie B per come viene presentato, una sottocategoria del Calcio, quello vero. In altri sport popolari come la pallavolo o il tennis, si fa sempre differenza tra le categorie maschile e femminile, ma il termine comune dello sport viene usato per riferirsi alla disciplina e non direttamente alla squadra maschile.


Disparità di standard e di status professionale, e lo stigma dell’opinione pubblica nei confronti del calcio femminile, sono gli argomenti principali di cui ho discusso con Benedetta Orsi, difensore centrale del Sassuolo e numero 23 della Nazionale: “Ci hanno detto che il nostro gioco è di livello troppo inferiore per essere considerato professionistico. Le differenze ci sono, è innegabile, ma in fondo siamo diversi fisicamente, e soprattutto nelle risorse e nella storia dello sport, che hanno permesso ai nostri colleghi di arrivare al livello a cui sono ora. In Italia c’è ancora molta strada da fare perché anche noi siamo considerate calciatrici di professione, nonostante da questa stagione lo saremo, a livello burocratico. È già una vittoria, ma ancora le persone non ne hanno la percezione. Spesso, quando mi viene chiesto che lavoro faccio, mi capita di sentirmi dire “ok, giochi a calcio, e poi?” Non c’è ancora la concezione che anche una ragazza possa vivere di questo sport, mentre se è un ragazzo a dirlo non c’è dubbio che non abbia bisogno di fare altro per arrotondare”.


La carriera di Benedetta è iniziata quasi per caso, dopo un infortunio: “Io giocavo a tennis, e ho dovuto smettere per un problema fisico. Il calcio è stato una seconda scelta. A me piaceva, ho sempre giocato a pallone dietro casa con altri bambini. Così ho iniziato per gioco e alla fine l’ho sostituito allo sport che non potevo più praticare. Sono entrata nella squadra dello Sporting Chiozza, a Scandiano, perché era l’unica società vicino a dove vivevo che avesse da anni una squadra femminile. Con il Chiozza ho partecipato a dei tornei e incontrato altre squadre”. Dal Chiozza di Scandiano alla Reggiana, che nel frattempo era stata acquisita dalla società del Sassuolo maschile per incentivare il calcio femminile, poi l’esordio in Serie A con la maglia dell’Empoli, e il ritorno ai colori nero e verde, fino alla grande soddisfazione: la maglia della nazionale. “Quest'ultimo anno ho raggiunto uno dei miei più grandi sogni professionali, arrivare in nazionale maggiore. Poi mi sono infortunata, ma in fondo quando si arriva all'apice del benessere poi deve succedere per forza qualcosa tiri un po’ indietro, no? Mi sto riprendendo, lentamente, ma sono contenta di come stia andando”.


La storia tra Benedetta e il calcio continua non senza difficoltà: “Da sport alternativo è diventato a tutti gli effetti il mio lavoro. Giocando con la nazionale e con club di Serie A, ho la possibilità di conoscere molte altre squadre di altri paesi e giocare tornei in Europa. Questo contatto con realtà diverse è una crescita sia professionale che personale, e soprattutto mostra come all’estero il calcio femminile sia visto come il calcio maschile, cioè semplicemente uno sport professionistico giocato da ragazze anziché da uomini. Qui in Italia invece noi siamo professioniste perché ci comportiamo, veniamo trattate e dobbiamo rendere tanto quanto un professionista. Eppure, non ci vengono riconosciuti i contributi in busta paga, per fare un esempio. Dobbiamo essere grate alle giocatrici che hanno lottato per far sì che finalmente la FIGC abbia riconosciuto il calcio femminile come professionistico, lo scorso giugno. Da questa stagione siamo considerate professioniste a tutti gli effetti, e direi che sia un risultato fondamentale”.


La perseveranza delle veterane del calcio femminile italiano ha portato al professionismo vero e proprio, e alle calciatrici manca solo l’accettazione dell’opinione pubblica per essere di fatto pari ai colleghi maschi. Ma come dopo una partita difficile si tenta il tutto e per tutto gli ultimi minuti con forze fresche per correre verso il goal, c’è speranza perché la disuguaglianza sbiadisca grazie a chi deve ancora scendere in campo: i bambini. “Io ho iniziato per gioco, come dicevo, nel cortile di casa e al parco, e lì si giocava misti, con i bambini e le bambine che arrivavano. Tutti eravamo uguali, parte della squadra, concentrati per vincere. La percezione della diversità tra bambini non c’è, la si impara a casa, a scuola, stando tra gli adulti. Secondo me un ragazzino o una ragazzina non vedono gli sport come “da maschio o da femmina”, sono influenzati dalla società”.


Che cosa è che rende un bambino o una bambina più o meno adatti ad una disciplina? Imparare a calciare un pallone nel modo corretto è questione di tecnica, di impegno e dedizione. Di allenamento e di costanza, impossibili senza la passione per la disciplina. In altri paesi la cultura è cambiata partendo dalla scuola, dove il calcio viene proposto indifferentemente a maschi e femmine: “In questi anni la risonanza mediatica delle nostre partite, dei campionati europei e mondiali avranno sicuramente contribuito a fare conoscere la realtà calcistica femminile, ora rimane solo da far capire che imparare a calciare una palla è solo questione di tecnica, e non è la differenza biologica ad impedire di farlo bene”.